figli della stessa rabbia

la rabbia come coscienza dell’impotenza. la rabbia come condizione altalenante nel mio umore e nel mio vivere. una rabbia odi et amo. nulla puoi di fronte al socio che ti da buca all’ultimo eo che non ha voglia di venire a rampare. è inutile, puoi provare a convincerlo, ma, per quanto bravo tu possa essere, “se l ga mia oia, l ga mia oia.”.nulla puoi se non cambiare socio. facile a dirsi. nulla puoi contro le condizioni, contro il meteo. c’è poco da fare. non dipende da te. eppure ti incazzi. ti incazzi come quando vedi i polizziotti manganellare la gente a gratis e poi venire assolti. ti incazzi perchè non puoi farci un cazzo. ti incazzi e basta. volente o nolente. la rabbia altera la tua percezione delle cose. vivi tutto più intensamente. prenderesti la gente a ceffoni, si tu, dannato pacifista inutile, in quel momento prenderesti la gente a comodini sulla schiena. eppure sei sempre tu. lo stesso di ieri, cazzo. d’altro canto, forse, c’è da dire anche che da incazzato sei anche più “affascinabile”. a volte, me ne vado ramingo per i boschi, intimo con la mia rabbia. e resto per un tempo indecifrabile a meravigliarmi di quei panorami che vedo tutti i giorni, dalla cima di qualche albero. o a osservare la perfezione della traccia di una lepre su un prato candido di neve. con la sua perfetta logica senza fine. ma resti incazzato, non c’è lepre che tenga. e vai al sodo nei pensieri, e nei discorsi con la gente. e cancelli la superficialità, distruggi le convenzioni. la rabbia ti da una carica pazzesca.quando ti sbatti a far qualcosa, quando ti impegni, fisicamente e emotivamente, è molto più facile incazzarsi. perchè la gente non capirà mai quello che hai in testa, non capiscono che ti sei sbattuto e sanno solo criticare. e non danno peso alle cose, perchè non si sono mai sbattuti a fare un cazzo. ma va bene così, perchè solo alcuni hanno la fortuna di aver dentro la voglia di sbattersi. ogni volta. e alla fine della fiera, tutto sommato, qualcosa nè guadagni sempre, dall’esserti messo in gioco. e quelle piccole cose le assapori al massimo, ancora grazie a questo dannato senso di incazzatura. lo stesso che capita  ti porti a fare discorsi senza senso, come questo. che per te un senso però ce l’hanno, anzi. forse addirittura ne hanno molto più dei soliti discorsi imbellettati, con le fotine della gente che ride e tutto che va bene e che hai finito la via e che sei tornato a casa e hai bevuto la tua cazzo di birra da quattro euro ma tanto eri contento per la via e allora chissenefrega anche dei soldi. quando sei incazzato scrivi e basta. e bevi birre dell’eurospin , che con -13 fuori basta tu le metta un attimo fuori sul davanzale e diventan buone anche loro. peace.

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gioielli nascosti

 

non è nient’altro che un muro. un muro grigio. anzi, più che grigio, è un muro a strisce colorate: bianche e grigie, ma non solo. ci sono strisce verde muschio e nero acqua colata sul muschio, altre grigio scuro, alcune azzurrine e anche dei pezzi completamente arancioni. questo muro di roccia si trova in un angolo di mondo abbandonato, che, credo casualmente, è capitato dritto dritto sopra casa mia. sarà un kilometro in linea d’aria, forse due, massimo tre.

venni a conoscenza dell’esistenza di questo muro (che era sempre palesemente stato sotto i miei occhi) qualcosa come un paio di mesi dopo aver iniziato ad arrampicare. mia zia, che mi aveva avviato alla roccia, mi accennò che c’erano due o tre vie a bossico, non sapeva di preciso dove. non c’era mai stata e sapeva solo che erano dure. le aveva attrezzate “Ernestino” e a quanto ne sapeva era anche l’unico che ci andasse a scalare. la mia solita curiosità mi spingeva a quel tempo a vagabondare spesso per boschi e così iniziai a scrutare ogni pezzo di roccia nella zona, alla ricerca di queste a quanto pare poco frequentate vie. girai un po’, finchè vidi un riflesso metallico, e individuai il primo, sbiadito, spit. trovato il primo si rivelò evidente tutta la falesia: c’erano spit più nuovi e altri ormai arrugginiti, spit dell’otto, e anche dei vecchi fittoni forse artigianali (tra l’altro su uno dei due tiri più duri).

sembrava proprio un gran bel muro e mi incuriosiva un sacco, così provai a informarmi. scoprii così da mia zia (che aveva la guida valli bergamasche, oggetto a me allora sconosciuto e che poco dopo diventò per un po’ la mia bibbia) che c’era un tiro di 6a, anzi 6a+. e allora tempo una settimana ero li con il cok, che al tempo era entusiasta e mi seguiva, suo malgrado, in tutti i miei progetti campati per aria. e con qualche gabola, sbagli via, ravanaggio, treeclimbing e varie, arrivammo a una catena, che, scoprirò poi, era effettivamente quella di quel tiro. ma ci eravamo arrivati facendo traversi, tirando rinvii, utilizzando alberi e zolle d’erba che poco avevano a che fare con la via. un tiro, in tutto forse 25 metri, ma che soddisfazione essere arrivati in cima. in cima a quella parete che nessuno ci andava a parte “ernestino”.

col tempo mi innamorai sempre di più dell’arrampicata delle nostre falesie e delle nostre montagne. e ogni tanto ci tornavo a quella parete, magari, ma rarissimo, a scalare, o meglio, provare, i tiri più facili, più spesso da solo, ad ammirare il lago e la bellezza delle nostre montagne, a godermi la tranquillità di questo posto. andavo là, e osservavo quelle linee tanto belle quanto repulsive, poi mi sedevo alla base e guardando il lago mi interrogavo sulla mia scelta di vagare per monti, di salire le montagne, su questa gente che come me si era innamorata di pezzi di roccia, di angoli di montagne, di quel brivido che senti lungo la schiena quando fai un passo duro.

son passati quasi due anni da quel pomeriggio in cui scoprii questo posto. ho avuto modo di incontrare di persona Ernesto (Cocchetti), al quale non ho detto nulla, solo che ci ero stato alla falesia di Bossico e lui mi ha risposto: bella!. niente di più. ogni tanto lo vedo ernesto, in palestra a castione, lo saluto, niente di più. anche se ogni volta che lo vedo penso a questo muro e sono sicuro che lui come me, deve sicuramente nutrire una grande ammirazione per questo angolo di roccia. un giorno magari lo conoscerò meglio e mi farò raccontare qualche aneddoto sulla chiodatura.

intanto cerco di tornarci il più di frequente possibile a scalare, ma trovare soci disposti a venire là è un’impresa davvero ardua. è strano, ma anche il mondo dell’arrampicata è soggetto alle mode, e a quanto pare la fama di posto temuto e impervio è diffusa, abbastanza da scoraggiare tanta gente, specie della categoria dei cosidetti falesisti (:D). e adesso quello che una volta era un sentiero è diventato poco più di una traccia di animali, nei buchi trovi magari erba, qualche rovo, sulle uscite foglie e terra, sulle placche un po’ di muschietto e di “polverina” nera, quella che elimina l’aderenza e ti fa scivolare la scarpette se non ci stai attento. insomma, tutti elementi naturali caratteristici della montagna che, a quanto pare, ai falesisti, abituati all’untume e alle prese segnatedi magnesite, danno assai fastidio. a me, invece, queste note selvagge piacciono un sacco! : non è bellissimo poter scalare a vista, senza il percorso bollato, su roccia ottima, da leggere, guardare ogni piede, spolverare le prese, capire i movimenti, magari anche strappare l’erba, e poterlo fare comodamente in falesia, anche senza rinunciare ai tanto difesi e cari spit?

 

certo, meglio sarebbe seguire la tradizione di quelli veri:

l’unica consolazione era un dado numero uno nella roccia friabile rossa. la parte superiore della parete era ripida e coperta di muschio. con la mano la pulisco dai licheni che mi cadono negli occhi. non c’è possibilità di proteggersi. inizio a tremare, ma ancora una volta supero questo momento e ricado nel regno della spersonalizzazione. la roccia scompare dai miei pensieri e quando ritorno in me ho i conati di vomito dallo sforzo. seduto in cima a questa “supercalabrese”, mentre guardo le nuvole ingrossarsi sul mare d’irlanda mi sento stordito e del tutto inconsapevole di ciò che ho appena fatto. e del resto non è mai stato un gran chè importante.

paul pritchard.

 

 

info tecniche:

l’avvicinamento: dieci minuti scarsi: si lascia la macchina all’ultimo tornante vs sinistra (madonnina) salendo a bossico (nel pratino in mezzo al tornante, posto per una max 2 macchine) e si costeggia x tracce verso destra (est) la fascia rocciosa. nonostante il comodo avvicinamento la frequentazione è nulla. totalmente inesistente. [per dire, ho dimenticato lì una sciarpa lo scorso inverno e oggi, a circa 10 mesi di distanza l’ho ritrovata, li sul prato, non si era mossa]. le cause della scarsa frequentazione potrebbero essere: i gradi dei tiri : tutti tra il 6c+ e il 7c, info dettagliate sulla guida dello yuri, valli bergamasche. [ma ce n’è di gente che scala comoda il 7a!!], lo stile di scalata: tecnica di piedi (tacchettine e aderenza) e dita (gocce verdoniane) , verticale e-o in leggero strapiombo, ma anche passi più fisici su canne e di movimento. l’esposizione? a sud-ovest, d’inverno si scala in maglietta fino al tramonto, mezze stagioni stai benissimo anche senza sole, d’estate troppo caldo. (sarà 8-900 mslm). attrezzatura: alcuni tiri sono stati richiodati probabilmente qualche anno fa, su altri effettivamente la chiodatura risente un po’ degli anni e alcuni spit sono un po’ arrugginiti.

insomma, una chicca per intenditori. per il resto beh, se volete salire e farmi un fischio vengo volentieri a far due tiri. MA NON VE LA CONSIGLIO, che se no dopo trovo le prese magnesate e allora sarebbe un disastro… :D

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